martedì 21 maggio 2013

Najma che prese due volte quel treno da Bangalore Est

La prima volta era una giovane insegnante felice di andare a scuola
La seconda un viso nascosto dal burqa e segnato per sempre
dalla violenza. Nell’India che per proteggere le sue donne allestisce
scompartimenti “rosa”  l’autrice di “Cuccette per signora”
racconta per “Repubblica” il più coraggioso
dei viaggi. Quello di ritorno


empre stato così: l’odore di un marciapiede di ferrovia mi
ha sempre dato la sensazione profonda di essere arrivata da
qualche parte. In quei giorni incerti in cui oscillavo tra la lu-cidità e un torpore stordente, mi dicevo che se mai fossi tor-nata in una stazione ferroviaria avrei saputo cosa fare.
Ho fatto un respiro profondo e ho riconosciuto tutti que-gli odori familiari. Il calore del sole sul metallo, la zaffata di
urina e il sospiro di sollievo, il sudore di sconosciuti, cesti e
cartoni, fiori e verdure e il sale dell’attesa. Sono andata al ru-binetto dove c’era scritto “acqua potabile” e ho premuto il
manicotto. Non usciva nulla, come quell’ultima mattina in
cui ero stata in questa stazione, trenta mesi e sei giorni fa.
Da allora non ero più tornata a Bangalore Est e sembrava
che nulla fosse cambiato.
In quest’ora tranquilla il binario ospita anime perse e de-relitti. E io sono tutte e due le cose. Vedo uno straccivendo-lo, una giovane donna con un cartone, un uomo anziano
vestito con una tunica color zafferano e una lunga barba
bianca, due cani che dormono su un fianco e un gruppo di
ragazzini pigiati sul ponte che scavalca la ferrovia. Sono le
tre del pomeriggio: non c’è nessun treno a lunga percor-renza che passa ed è troppo presto per i normali treni dei
pendolari. È questa la ragione per cui ho scelto proprio il
passeggeri Bangalore-Marikuppam.
Mi siedo su una panchina con il sedile in granito leviga-to. Prima non c’era. Il calore della pietra mi brucia la pelle
sotto i vestiti, ma è piacevole, perché anche se è un caldo
giorno di maggio ho i brividi di freddo. Uno storno triste sal-tella lungo il marciapiede. Incrocio le dita senza accorger-mene, per scacciare la sfortuna associata alla visione di que-sto volatile. Uno per il dispiacere. Due per la gioia. Tre per
una lettera. Quattro per gli ospiti. Cinque per la fortuna… Il
resto di questa filastrocca che cantavo da bambina non lo
ricordo. Sciolgo le dita. Quella bambina non c’è più. E non
c’è più nemmeno la donna in cui quella bambina viveva.
Quando la cosa peggiore che possa capitare ti è già capita-ta, quali altri dolori puoi lanciarmi contro?, chiedo all’uc-cello. Lo storno triste tira su la testa e vola via.
Il treno è vuoto quando arriva. Entro nello scomparti-mento più vicino. Trovo libero un posto accanto al finestri-no e mi accomodo sul sedile di legno. Cinquantuno virgola
nove chilometri, sette stazioni, un’ora e cinque minuti pri-ma di arrivare alla stazione di Tyakal, prima del nodo ferro-viario di Bangarpet. È il tempo che ho a disposizione per
comporre i miei pensieri e programmare quello che farò.
Baiyappanahalli. Krishnarajapuram. Whitefield. Deva-gonthi. Malur. Byatrayanhalli. Il treno si ferma e riparte
mentre io ripasso mentalmente i nomi delle stazioni. Quel-l’anno, quando percorrevo questa linea sei giorni la setti-mana, mattina e sera, non guardavo quasi fuori dal fine-strino. Leggevo un libro oppure mi perdevo nei miei pen-sieri; i miei pensieri felici. Avevo ventiquattro anni e tutta la
vita davanti. Certi giorni invece orecchiavo le conversazio-ni dei miei compagni di viaggio. C’erano altri pendolari che
prendevano sempre il treno, sia all’andata che al ritorno, e
avevo appena cominciato a familiarizzare con loro. C’era
un vecchio con lo zuccotto e la zebiba , il callo che si forma
sulla fronte dei musulmani devoti per il tanto pregare con
la testa a terra. C’erano due insegnanti che bisbigliavano fra
loro, e un uomo con il pancione e una valigetta, che dormi-va tutto il viaggio. C’erano anche altre persone.
Dò un’occhiata all’orologio mentre il treno lascia la sta-zione. È in ritardo, ma mi sono lasciata abbastanza tempo
per prendere il convoglio passeggeri Arakkonam-Bangalo-re, quello che prendevo tutte le sere. Scendo a Tyakal. Non
c’è molto da dire su questo posto. Ma anche se ci fosse mol-to da dire, la mia mente è troppo sconvolta per soffermar-cisi. Ci sono un po’ di persone sul marciapiede. Nessuno
guarda nella mia direzione. Un tempo mi interrogavo su
quale mente perversa avesse creato il burqa: è una cosa
odiosa, rivoltante. E poi la mia  umma diceva che non c’era
nessun bisogno di nascondermi come se fossi una creatu-ra spregevole. Mia madre era una donna particolare. Mi ha
dato il nome di una stella perché era convinta che fossi de-stinata a grandi cose. Lei non aveva studiato, ma ha fatto in
modo che andassi a scuola e al college. Voleva che diven-tassi un’insegnante e lo sono diventata. Se mi capitava di
avere dei ripensamenti, bastava che la guardassi — la pelle
dura e screpolata dei suoi palmi, le spalle incurvate e le gi-nocchia gonfie — e vedevo quello che  umma vedeva per
me. Lavorava come inserviente di cucina per un ristorantea domicilio specializzato in cucina musulmana. Era una
brava cuoca, ma lì non le facevano fare altro che pulire e af-fettare, preparare l’aglio e pestare le spezie. Ummaappari-va vecchia e spenta, ma il suo spirito era come un faro. Ed è
grazie a questo che siamo sopravvissute. Era stata lei a tro-varmi il lavoro alla scuola di Bangarpet. Era una scuola ge-stita da un’organizzazione di beneficenza musulmana ed
erano stati felici di assumermi. Io e umma avevamo dei pro-getti. Una volta passata di ruolo, avremmo preso in affitto
una casa a Bangarpet e ci saremmo trasferite lì. Fino ad al-lora avrei continuato a fare la pendolare. La stazione di Ban-galore Est era vicino a Tannery Road, dove vivevamo, tutto
sembrava incastrarsi alla perfezione.
Ora sono contenta che esista il burqa. Perché sotto il bur-qa mi sento al sicuro e libera.
Io non lo conoscevo. Ummasì. Lavorava nel suo risto-rante. Mi aveva vista e si era innamorato di me. Follemen-te, dice lui. Sarebbe morto se non avesse potuto sposarmi.
Lei gli aveva riso in faccia. Era un inserviente come lei. Mia
figlia merita di meglio, è un’insegnante. Perché dovrebbe
sposare un umile sguattero come te?, gli aveva chiesto  um-ma. In seguito mi hanno detto che si chiamava Imitiaz. In
urdu significa “marchio d’onore”. Imitiaz si sentiva come
se lei lo avesse schiaffeggiato. Era umiliato. Gli amici gli dis-sero che era un uomo e non doveva lasciar passare questo
affronto al suo onore.
Perché ogni dettaglio di quella sera è così inciso nella mia
memoria? Avevo mal di testa. Presi una tazza di tè alla sta-zione. Il tè della stazione di Bangarpet è famoso. C’erano
tante persone in fila, ma l’inserviente del chiosco mi cono-sceva e saltò un mucchio di gente per servire me. Questo lo
fece infuriare ancora di più. Stava sul treno. Il treno passeg-geri Arakkonam-Bangalore che usavo ogni giorno per tor-nare a casa. Avevo trovato un posto vicino al finestrino. Lui
entrò e si sedette davanti a me, quando il treno lasciò la sta-zione di Whitefield. Mi chiedevo chi fosse. Aveva una puz-za familiare, la stessa della mia umma . L’odore di riso ba-smati che cuoce, di spezie e di grasso. Le rimaneva sulla pel-le anche se si strofinava tutte le sere con una spugna. «Pro-mettimi che quando sarò morta mi farai il bagno nell’attar.
Non voglio andare nella janna con addosso l’odore di bi-riyani  e kebab», mi diceva ridendo.
Quel giovane evidentemente lavorava per un ristorante
che cucinava  biriyani, pensai. Quando il treno cominciò a
muoversi, tirai fuori un libro. Sentivo i suoi occhi su di me.
Lo guardai irritata, ma lui non smise di fissarmi. Il treno non
era molto affollato e mi trovai un altro posto vicino al fine-strino. Lui mi seguì e convinse l’uomo davanti a me a spo-starsi. Sentii che diceva di essere il mio fidanzato. «Che hai
detto?», gli feci io alzandomi in piedi. «Siediti», disse lui.
Vidi sguardi incuriositi intorno a me. Mi chiesi se non fos-se il caso di domandare aiuto. Ma vidi lo sguardo nei suoi
occhi e mi fece innervosire. «Chi sei?», gli chiesi in urdu.
«Imitiaz. L’uomo che dovresti sposare». «È la mia  umma
che deve deciderlo», dissi io. «Sì. Io ho fatto quello che deve
fare un bravo musulmano. L’ho chiesto a tua madre e lei mi
ha riso in faccia», fece lui rabbiosamente. Si vedeva chiara-mente che era infuriato. No, era più che infuriato. Pensai ai
ragazzi di quindici anni che avevo avuto come alunni quan-do facevo la supplente. A volte vedevo questo sguardo nei
loro occhi. Uno sprazzo di rabbia maniacale che li spinge-va a rompere i banchi e sfasciare la lavagna. Assunsi l’e-spressione più benevola che potevo e cercai di calmarlo, co-me facevo con quei ragazzi. «Ummanon vuole essere scor-tese. È solo che lavora troppo…», cominciai. «La tua  umma
è una cagna sprezzante. Come te. Voi due pensate di essere
superiori a tutti noi», disse lui. «Che hai detto?», feci io. Ave-vo alzato la voce di fronte a quell’insulto. «Lei pensa che tu
sia troppo in gamba per me. Questa cagna di sua figlia. Pen-si che non ti abbia visto? Che mostri la faccia a tutto il mon-do. Che usi la tua bellezza per ottenere quello che vuoi da-gli uomini. Dal ragazzo del chiosco del tè a tutti gli uomini
in questo treno… quanti uomini vuoi, puttana?». Gli altri
passeggeri cominciarono ad allontanarsi. Non so quanti di
loro capissero l’urdu, ma il veleno nella sua voce era ine-quivocabile. E nessuno voleva farsi coinvolgere. Il vecchio
con lo zuccotto e la zebiba mormorò: «Aver studiato non si-gnifica che bisogna disprezzare il Corano. Che razza di don-na musulmana è una che va in giro senza l’ hijab?». «Diglie-lo tu,  mamu », fece lui. «La mia fidanzata è una svergogna-ta». «Non sono la tua fidanzata», dissi io con fermezza, ran-nicchiandomi nell’angolo. Ero spaventata, ma cosa poteva
farmi in un treno pieno di gente, pensai. Tra cinque o sei mi-nuti avrei raggiunto la mia stazione. Come potevo sapere
che in quei cinque o sei minuti il mio mondo avrebbe cam-biato asse?
Il vecchio si alzò e andò dall’altra parte del corridoio. Il
cielo era scuro di nuvole e io speravo che non si mettesse a
piovere prima che fossi arrivata a casa. «Per favore, lascia-mi in pace», gli dissi. Lui si chinò in avanti e mi fissò. «Non
sarai la moglie di nessun altro», disse. E con questo tirò fuo-ri la bottiglia di acido che si era portato dietro e me la scagliò
in faccia.
Lo sapete cosa si prova ad avere l’acido sulla pelle? Lo sa-pete cosa si prova quando la vostra pelle si scioglie e le vo-stre terminazioni nervose urlano? Sapete com’è quando
non capite se siete voi che state urlando o è qualcun altro?
Sapete com’è stare sospesi fra la vita e la morte e capire sol-tanto che c’è qualcuno accanto a voi che singhiozza? Sape-te com’è strillare e piangere quando  umma viene vicino a
voi e la puzza di  biriyanisi insinua in quello che rimane del-le vostre narici e pensate che ci sia lui lì nella stanza e che vi
farà di nuovo del male? Sapete cosa si prova a vedere l’orro-re negli occhi di tutti quelli che ti incrociano? Sapete com’è
guardarsi nello specchio con l’unico occhio ancora in gra-do di vedere e sapere che non sarete più voi stessi? Sapete
com’è scoprire che tutti quelli che erano lì nello scomparti-mento hanno negato di aver visto qualcosa? Sapete com’è
vivere sapendo che la vostra vita è distrutta e che l’uomo che
l’ha distrutta gira ancora a piede libero?
Vedo il treno che arriva in lontananza. Il cuore comincia
a battermi forte mentre entra in stazione. Trovo lo scom-partimento dove so che ci saranno tutti. Entro e mi metto
seduta. Attraverso i buchi per gli occhi li vedo lì, tutti. Il vec-chio con lo zuccotto. I due insegnanti. L’uomo con la vali-getta.
Quando il treno comincia a muoversi e tutti si sono se-duti, mi sollevo il cappuccio del burqa. Sento il fremito di
orrore. La mia faccia disciolta e la pelle tirata del viso non so-no facili da guardare. «Io sono Najma», dico. Le parole esco-no fuori con voce metallica. L’acido mi ha danneggiato an-che la laringe. «Io sono la ragazza che avete negato di aver
visto. Voglio che guardiate bene quello che un uomo mi ha
fatto. Se non mi avete visto allora, spero che mi vediate ades-so», e poi aggiungo: «Ditemi, vi siete mai domandati che co-sa mi è successo dopo che qualcuno mi ha portata all’ospe-dale?». Silenzio. Uno degli insegnanti comincia a piangere.
Guardo fuori dal finestrino. «Umma», dico a mia madre,
che se ne sta impregnata di attarin una  janna libera di spe-ranza e di paura, perché è così che deve essere il paradiso.
«L’ho fatto. Ho fatto quello che mi hai chiesto. Ho affronta-to il mondo, non mi nasconderò mai più dietro un burqa».
Il vento mi soffia sulla faccia e sento il treno che comin-cia a prendere velocità. Io sono Najma.
© Anita Nair 2013 per La Repubblica
(Traduzione di Fabio Galim

Colombo, l’ultimo costituente “State attenti all’uomo forte” “Più poteri al premier? Se Berlusconi non ci fosse...” di Sebastiano Messina

OMA — Era e rimane un convin-to proporzionalista, ma oggi ritie-ne che la governabilità esiga il pre-mio di maggioranza. Difende la
Repubblica parlamentare, però
pensa che sia arrivato il momento
di discutere senza remore di un
modello presidenzialista, una di-scussione che sarebbe più sem-plice — dice — se su questa pro-spettiva non incombesse l’ombra
di Berlusconi, al quale contesta “il
culto della personalità” e un uso
spregiudicato del “potere perso-nale”. Dopo la morte di Giulio An-dreotti, Emilio Colombo è rima-sto l’ultimo dei padri costituenti a
sedere in Parlamento. E oggi, a 93
anni, nel suo studio al primo pia-no di Palazzo Giustiniani riflette
con una invidiabile lucidità sui di-lemmi della democrazia italiana,
65 anni dopo l’entrata in vigore di
quella Costituzione che lui di-scusse e votò quando era un de-putato appena ventiseienne.
«Quella — ricorda — fu una fase
molto difficile. Al governo coabi-tavano i partiti che avevano fatto
parte dei Comitati di liberazione
nazionale, compresi i comunisti,
ma nel frattempo la situazione
nell’Est europeo stava cambian-do rapidamente. Togliatti però
sapeva quello che c’era scritto nel
trattato di pace. Sapeva cioè che il
mondo era stato diviso in due, e
che oltre certi limiti non si poteva
andare».
Allora c’era De Gasperi, oggi
c’è Enrico Letta. Qualcuno ha
detto: un altro democristiano.
«Non è un male. Quando vedo
oggi questa damnatio memoriae
verso la Democrazia Cristiana
trovo che è una delle cose più in-giuste che possano essere fatte.
Perché ognuno porta con sé i pro-pri errori, nessuno arriva illibato
alla meta, però bisognerebbe da-re atto con onestà di quello che la
Dc ha fatto per questo Paese. Un
grande partito, con molte anime,
unite dal legame per la libertà».
Anche Berlusconi ha fatto del-la libertà la bandiera del suo par-tito…
«Bisogna stabilire qualche dif-ferenza. Non c’è libertà quando si
vuole imporre il culto della perso-nalità. Che è poi il potere perso-nale».
Oggi c’è sul tavolo la proposta
di introdurre il semipresidenzia-lismo, per esempio sul modello
francese. Lei è favorevole o con-trario?
«Io ho sempre parlato contro il
presidenzialismo. Ma su ogni co-sa bisogna riflettere. Con una pre-messa: se il presidenzialismo de-ve essere il veicolo su cui passa il
potere personale, allora resto
contrario».
Eppure qualcosa va cambiata.
L’Italia rischia sempre di più di
avvitarsi nella crisi di governabi-lità che segnò la fine della repub-blica di Weimar. Berlusconi so-stiene che l’unico potere di chi sta
a Palazzo Chigi è quello di compi-lare l’ordine del giorno delle riu-nioni del Consiglio dei ministri. E
infatti si chiama presidente del
Consiglio, non capo del governo.
«Non è che uno conta di più
perché si chiama capo. Conta se lo
è, un capo. Ma non deve esserlo
troppo. Vede, quando disegnam-mo l’impianto della seconda par-te della Costituzione, quella sui
poteri dello Stato, la debolezza
dell’esecutivo fu voluta, perché si
riteneva che un governo forte po-tesse dar vita a una forma di fasci-smo. Ecco perché il cuore della
Costituzione è il Parlamento».
Ma non crede che sia venuto il
momento di abbandonare la
paura dell’uomo forte?
«Se oggi ci fossero ancora le
grandi forze politiche che fecero
la Costituzione, naturalmente
con il rapporto che allora avevano
con il loro elettorato, io non co-mincerei nemmeno a discutere di
una repubblica presidenziale. Ma
in questa società di oggi, con que-sta povertà di ideali e questa de-bolezza dei partiti, può anche ra-gionarsi con molta prudenza di
una forma semipresidenziale. At-tenzione, però: il sì non può coin-cidere con l’avallo o addirittura
con la spinta a qualsiasi forma di
potere personale»
Se non ci fosse Berlusconi, se
ne potrebbe parlare. E’ così?
«Non voglio fare personalismi.
Ma certo, senza un personaggio
con le caratteristiche di Berlusco-ni, le cose sarebbero diverse».
Secondo il presidente del Se-nato, Grasso, si potrebbe anche
fare a meno dei senatori a vita. Lei
è uno di questi: a cosa servono,
oggi, i senatori a vita?
«A eleggere il presidente del Se-nato, qualche volta. Battute a par-te, io dico che la democrazia vive
anche di simboli, di memoria».
Lei che è stato a Palazzo Chigi
quarant’anni prima di lui, quali
consigli darebbe a Enrico Letta?
«Gli direi che su ogni cosa deve
prevalere l’esigenza della gover-nabilità. E poi di cambiare subito
la legge elettorale, in modo che in
qualunque momento il Paese sia
pronto ad andare alle elezioni
senza temere che si riproponga lo
scenario di oggi».
Cambiarla come?
«Io sono un nostalgico della
proporzionale e un sostenitore
del voto di preferenza. Ma i colle-gi uninominali possono essere
una buona soluzione».
Premio di maggioranza o pro-porzionale pura?
«Vista la situazione, credo che il
premio di maggioranza sia una
cosa auspicabile anche per il futu-ro. La governabilità prima di tut-to».
I saggi nominati dal Quirinale
hanno proposto di differenziare i
ruoli delle due Camere, toglien-do al Senato il potere di votare la
fiducia al governo.
«E’ una buona soluzione, del
resto è quello che accade in Ger-mania dove il Cancelliere viene
votato solo dal Bundestag e non
dal Bundesrat».
Lei ha visto nascere e cadere
tutti i governi della Repubblica.
Quale destino prevede per il go-verno Letta?
«Spero che duri. Non c’è alter-nativa. Ognuna delle forze politi-che presenti nell’esecutivo deve
avere il senso di responsabilità di
non far precipitare il Paese nel-l’ingovernabilità.
Non pensa che i processi di
Berlusconi siano una perenne
spada di Damocle sul governo?
«Questo è un elemento di de-bolezza, certo. Ma non consiglie-rei a nessuno di utilizzarlo a pro-prio vantaggio, strumentalizzan-dolo. Serve la prudenza necessa-ria per la convivenza».
Ma al tempo della Costituente
era pensabile che un condanna-to, anche solo in primo grado, re-stasse sulla scena politica?
«Manco per sogno! E devo dirle
che è la situazione attuale, che co-nosciamo tutti, a obbligarci a que-ste cautele. Le dirò una cosa: allo-ra io non sarei stato così buono co-me lo sono adesso, in questa in-tervista»

giovedì 11 aprile 2013

POVERI SCRITTORI DISTRUTTI DALL’E-BOOK

L MESE scorso la Corte supre-ma ha deciso di autorizzare
l’importazione e la vendita di
edizioni estere di libri di scrittori
americani, spesso più economi-che delle edizioni nazionali. Fino
a oggi, i tribunali avevano vietato
queste attività, giudicandole vio-lazioni del copyright. Questa
sentenza apre le porte a un’im-pennata delle importazioni a
basso costo, con l’aggravante
che sulle vendite di questi libri gli
autori non percepiranno royal-ties , dato che saranno venduti
come libri usati.
Potrà sembrare un problema
marginale, date le proporzioni
colossali del mercato di libri di
seconda mano già esistente negli
Usa, ma è solo l’ultimo esempio
di come il mercato elettronico
globale stia rapidamente pro-sciugando il flusso di reddito de-gli autori. Sembra che quasi tutti
– editori, motori di ricerca, bi-blioteche, pirati e perfino qual-che professore universitario –
stiano cercando di fare i propri
interessi a spese degli autori. Gli
scrittori praticano una delle rare
professioni la cui tutela è espres-samente prevista dalla Costitu-zione, che prescrive al Congresso
di «promuovere il progresso del-la scienza e di arti utili, garanten-do per periodi limitati agli autori
e agli inventori il diritto esclusivo
sui loro scritti e sulle loro scoper-te». L’idea è che una cultura lette-raria variegata, creata da autori
di cui devono essere difese le fon-ti di sostentamento, e di conse-guenza l’indipendenza, rappre-senta un elemento fondamenta-le per la democrazia.
SEGUE A PAGINA 47
SQ
uella cultura ora è a rischio. Il
valore del copyright sta suben-do un rapido deprezzamento e
i più colpiti non sono tanto gli
autori di best seller come me, che han-no tratto beneficio da quasi tutti i cam-biamenti avvenuti recentemente nel
mondo della vendita di libri, quanto gli
scrittori esordienti e quelli di media
classifica.
Prendete gli e-book. Per gli editori so-no molto meno costosi da produrre:
niente spese di stampa, niente spese di
magazzino o di trasporto; e, a differenza
dei libri cartacei, non c’è rischio che il ri-venditore rimandi indietro le copie in-vendute.
Ma invece di usare i soldi risparmiati
per essere più generose con gli autori, le
sei case editrici più importanti – cinque
delle quali l’anno scorso sono state por-tate in tribunale dalla Divisione antitru-st del Dipartimento della giustizia per
aver fatto cartello sui prezzi degli e-book
– hanno tutte insistito in modo rigido per
inserire clausole che limitano i diritti
sulle edizioni elettroniche al 25 per cen-to degli incassi netti, più o meno la metà
delle royalty che l’autore percepisce tra-dizionalmente su una copia cartacea in
hardcover.
Gli autori di best seller hanno la forza
per negoziare una royalty implicita più
alta, anche se gli editori diranno che non
è vero. Ma gli scrittori che non vendono
così tanto con questa nuova percentua-le subiranno una decurtazione dei gua-dagni, un processo che si accelererà
man mano che il mercato virerà verso il
digitale.
E ci sono molti e-book su cui autori ed
editori, grandi e piccoli, non guadagna-no proprio nulla. All’estero sono sorti
numerosi siti pirata, sostenuti da pub-blicità o abbonamenti, che offrono gra-tuitamente e-book nuovi e vecchi.
La pirateria sarebbe una minaccia li-mitata se non fosse per i motori di ricer-ca, che indirizzano gli utenti a questi siti
fuorilegge senza incorrere in conse-guenze legali, grazie a
una disposizione inse-rita nelle leggi sul copy-right del 1998. Metten-do “e-book Scott Tu-row gratis” su Yahoo
escono fuori nei primi
10 risultati altrettanti
siti pirata, su Bing otto
su otto e su Google sei
su dieci, con pubblicità
a pagamento sul mar-gine della pagina in tut-ti e tre i casi.
Se io mi mettessi al-l’angolo della strada e
dicessi a chi me lo chie-de dove può andare per
acquistare merce ruba-ta, e in cambio di questa
informazione perce-pissi un piccolo com-penso, finirei in galera.
Eppure, i motori di ri-cerca, che viaggiano
sotto motti altisonanti
come il famoso “ Don’t
be evil ” di Google, fan-no la stessa cosa.
Google ha in corso un contenzioso
con molti scrittori anche perché nel 2004
ha partecipato insieme a cinque grandi
biblioteche a un progetto per scansiona-re e digitalizzare milioni di libri sotto di-ritti, senza il consenso degli autori. La
Authors Guild, l’associazione degli scrit-tori americani di cui sono il presidente,
ha fatto causa al colosso di Cupertino: a
distanza di anni, dopo una proposta di
accordo stragiudiziale affossata dal giu-dice, la causa è ancora in corso.
Secondo Google quella digitalizza-zione rientra nella casistica del  fair use
(le utilizzazioni libere a cui non viene ap-plicata la dottrina del copyright), perché
ogni ricerca mostra solo frammenti dei
testi scansionati. Ma è evidente che nel-l’arco di migliaia di ricerche Google fini-sce per utilizzare l’intero libro, e ogni
volta vende spazi pubblicitari senza di-videre in alcun modo il guadagno con
l’autore o con l’editore.
Perfino tra bibliote-che e autori, solitamen-te alleati, i rapporti si
sono guastati. Nessuno
definisce socialisteg-giante il nostro sistema
di biblioteche pubbli-che, anche se implica
una distribuzione gra-tuita dei beni prodotti
dagli autori, e anche se
in molte nazioni occi-dentali gli autori perce-piscono un minuscolo
compenso ogni volta
che le biblioteche pre-stano un libro scritto da
loro. Gli autori accetta-no di buon grado il si-stema perché nelle bi-blioteche si sono nutri-ti, come scrittori e co-me lettori.
Ora molte bibliote-che pubbliche voglio-no prestare gli e-book,
non soltanto a utenti
che vengono in biblio-teca per scaricarli, ma a chiunque pos-sieda un apparecchio per leggerli, la tes-sera della biblioteca e una connessione
Internet. In questo nuovo contesto, l’u-nico incentivo a comprare un e-book in-vece di prenderlo in prestito è il fatto che
la copia prestata svanisce dopo un paio
di settimane. Il risultato è che in questo
momento molti editori si rifiutano di
vendere e-book alle biblioteche.
Una versione ancora più inquietante
dello stesso problema è venuta fuori il
mese scorso con la notizia che Amazon
aveva un brevetto per vendere libri usa-ti. Probabilmente un progetto del gene-re verrà giudicato illegale, ma se così non
fosse le vendite di e-book nuovi precipi-terebbero perché, a differenza di un li-bro cartaceo, un libro elettronico non si
consuma ogni volta che viene letto. Per-ché qualcuno dovrebbe voler comprare
un e-book nuovo?
I consumatori magari risparmieran-no un dollaro o due, ma a guadagnarci
sarà soprattutto Amazon, come al solito.
La libreria online si impadronirebbe let-teralmente del mercato dei libri usati,
appropriandosi di profitti enormi a dan-no degli editori e degli autori, che perde-rebbero la già magra quota dei proventi
che incassano dalla vendita degli e-book
nuovi.
Molte persone direbbero che questi
cambiamenti sono semplicemente una
naturale evoluzione del mercato e non
vedrebbero problemi se gli autori fosse-ro ridotti a scrivere solo per il piacere di
farlo. Ma che razza di società sarebbe?
(Traduzione di Fabio Galimbe

mercoledì 3 aprile 2013

IL TEMPO VUOTO DELLA POLITICA di Sergio Romano

L
e due commissioni
create dal presiden-te della Repubblica
hanno sollevato cri-tiche fondate e condivisibi-li, ma servono anzitutto a
riempire un tempo vuoto
della crisi e a meglio fare
comprendere, implicita-mente, che l’Italia non è
senza governo. Quello di
Mario Monti, anche se le
elezioni per i centristi so-no andate male, non è mai
stato sfiduciato ed è com-petente per gli affari cor-renti: un’area deliberata-mente mal definita che
può essere allargata sino a
comprendere, per esem-pio, molte decisioni prese
d’intesa con le istituzioni
europee. Se Napolitano vo-leva lanciare ai partner del-l’Unione un segnale rassi-curante, quello delle com-missioni era il più adatto
al momento.
Ma supponiamo che il
capo dello Stato avesse an-che uno scopo pedagogi-co: dimostrare che dieci
persone intelligenti e di
buona volontà sono perfet-tamente capaci di mettersi
d’accordo su alcuni obietti-vi utili al futuro del Paese.
I dieci non sono privi di un
profilo politico e sono qua-si tutti riconducibili a un
partito. Ma non sono schie-rati sul campo di battaglia
con il grosso delle truppe,
non obbediscono alle rego-le di un match da cui si
esce vittoriosi o sconfitti,
partecipano a un esercizio
in cui tutti possono essere
egualmente vincitori.
È molto meno difficile
di quanto non sembri.
Quando sono sul palcosce-nico sotto la luce dei riflet-tori, i partiti tendono a esa-sperare le loro differenze e
ciascuno di essi rappresen-ta l’altro come una minac-cia alla salute della Repub-blica. Ma anche in Italia,
come in ogni altro Paese
europeo, le distanze tra i
programmi si sono consi-derevolmente accorciate.
È finita l’era delle ideolo-gie, quando ogni grande
partito prometteva un fu-turo totalmente diverso ed
egualmente radioso. È co-minciata da tempo una fa-se in cui il Pd e il Pdl, per
non parlare dei centristi e
di altre formazioni mino-ri, non mettono in discus-sione né l’Unione Euro-pea, né l’economia di mer-cato, né alcuni fondamen-tali principi delle relazioni
internazionali. Abbiamo
paradossalmente il vantag-gio di attraversare una cri-si che è stata ormai perfet-tamente diagnosticata. Co-nosciamo bene le parti in-vecchiate della nostra Co-stituzione. Sappiamo per-ché il Paese, da vent’anni,
cresce poco e male. Sap-piamo che il debito pubbli-co ci costa ogni anno, per
il pagamento degli interes-si, circa 80 miliardi di eu-ro e che il gettito fiscale,
in queste condizioni, non
può essere usato né per fi-nanziare la crescita né per
alleviare le condizioni dei
ceti sociali più bisognosi
di aiuto. Sappiamo infine
che l’economia è frenata
dalla mentalità illiberale
di corporazioni, ordini
professionali e famiglie di
ogni genere, tutte fondate
sulla lealtà interna e unite
da uno stesso odio per la
concorrenza.
I partiti che non hanno
fumosi programmi di tota-le rinnovamento, come il
Movimento 5 Stelle, lo san-no e dovrebbero conosce-re ormai i rimedi. Ma la lo-ro principale preoccupazio-ne è esistere, anche a scapi-to del Paese, e magari ri-portarlo alle urne, come
ha chiesto ieri il Pdl, con
una legge elettorale che
non garantisce certezze. In
queste condizioni è me-glio lasciare che le commis-sioni di Napolitano faccia-no il loro lavoro. Se riusci-ranno a riunire in uno stes-so documento un certo nu-mero di obiettivi comuni,
avranno almeno dimostra-to che governare l’Italia è
possibile

Il sonno della politica genera neologismi di Sebastiano Messina

ULTIMA trovata è la più affascinante, non come formula
politica ma come invenzione lessicale, ed è il «governo a
bassa intensità A CHISSÀ se il suo autore si ren-deva conto di evocare quelli
che i manuali militari chiama-no «Low Intensity Conflict», ovvero una
guerriglia non convenzionale, che sa-rebbe l’esatto contrario di un’alleanza
di governo. La stagione degli ossimori
arriva quando la matematica si arrende,
e in Italia — paese di poeti, santi, navi-gatori e soprattutto di inventori — nulla
è più semplice che trovare un nuovo no-me, una nuova etichetta, una nuova in-segna quando non si riescono a trovare
soluzione da “Paese normale”. Perciò
prepariamoci ad aggiungere una nuova
pagina ai manuali di diritto costituzio-nale, e a cercare con il microscopio del-lo scienziato gli incerti confini giuridici
del «governo di scopo», dopo quello «del
presidente». La politica debole genera
neologismi.
E già che ci siamo, converrà aggiun-gerne almeno un’altra, o altre due, per
descrivere e spiegare l’inedito assoluto
dei “dieci saggi”, questi dieci super-esperti in leggi elettorali o in manovre fi-nanziarie che Napolitano ha promosso
al rango di protagonisti della crisi di go-verno, però senza dar loro alcun rilievo
istituzionale, perché dovranno prepa-rare una relazione sull’urgente, sul ne-cessario e soprattutto sul fattibile ma
dovranno rivelarla a lui solo, e non al
Parlamento né al prossimo presidente
incaricato, e poi tornarsene nell’ombra,
come fantasmi della Costituzione.
Del resto, la storia della Repubblica è
piena di interpretazioni innovative e di
invenzioni salvavita. Tutto cominciò, lo
sappiamo, con le «convergenze paralle-le». Ossimoro perfetto, che faceva con-vivere la distanza e l’incontro, riman-dando alla definizione della geometria
scolastica: due rette parallele si incon-trano solo all’infinito. Eravamo alla fine
degli anni Cinquanta e molte cose con-sigliavano un’alleanza tra democristia-ni e socialisti. Però mezza Dc non vole-va far entrare Nenni in quella che lui
avrebbe chiamato «la stanza dei botto-ni», e mezzo Psi non voleva rompere con
i comunisti. Così, dopo il disastroso fal-limento del governo Tambroni, la ferti-lissima immaginazione di Aldo Moro
partorì una formula che avrebbe tra-ghettato Dc e Psi verso un esecutivo con
ministri di entrambi i partiti. E lo fece al
congresso di Firenze del 1959. «Diviene
indispensabile — disse — progettare
convergenze di lungo periodo con le si-nistre». Non disse mai, Moro, «conver-genze parallele», anche se il suo discor-so fu tradotto così, e così fu battezzato il
terzo governo Fanfani, che il 26 luglio
1960 nacque grazie all’astensione dei
socialisti. «Non potevamo fare diversa-mente», annotò Pietro Nenni sul suo
diario, il 2 agosto. «La soluzione Fanfani
ha evitato il rischio di un vero e proprio
colpo di Stato».
Prima di allora, un altro governo era
nato da un parto anomalo, sul piano dei
rapporti con i partiti: quello formato da
Giuseppe Pella nell’agosto del 1953. Do-po il crollo dell’ultimo gabinetto De Ga-speri, il presidente Einaudi decise di dar
vita a un «governo amministrativo», pri-vo di ogni colorazione politica, che
avrebbe dovuto solo far approvare la
legge di bilancio. E così chiamò Pella,
suo ex allievo all’università. Lo fece sen-za consultare nessuno, addirittura lon-tano dal Quirinale: l’incarico fu affidato
in una dependance di Villa Farnese a Ca-prarola, e comunicato a due giornalisti
arrivati lì per avere notizie. Uno di loro
era Vittorio Gorresio, che domandò: e le
consultazioni? Einaudi rispose secco:
«La Costituzione non parla di consulta-zioni e si affida al criterio del capo dello
Stato, e il mio criterio mi dice che in que-sto momento quello che è necessario è
un governo». Sopportato più che ap-poggiato dalla Dc, che lo definì gelida-mente «un governo amico», il gabinetto
Pella durò cinque mesi e un giorno.
Ancora più breve, quattro mesi e un
giorno, fu la vita del «governo d’affari»
che — ancora una volta senza consulta-zioni — nacque il 25 marzo 1960. Non
riuscendo a trovare una maggioranza, il
presidente Gronchi nominò a sorpresa
il dc Fernando Tambroni: c’era da fron-teggiare un’emergenza sportiva, le
Olimpiadi di Roma, e il Quirinale aveva
visto in Tambroni un uomo che avrebbe
potuto avere la simpatia (e soprattutto
l’astensione) dei socialisti. Ma le cose
andarono diversamente: Tambroni eb-be la fiducia solo grazie ai voti dell’Msi,
e il «governo d’affari» andò a sbattere
sulla sanguinosa repressione — cinque
morti — della protesta di piazza a Reg-gio Emilia.
Trovare una maggioranza quando la
somma dei numeri non la dà, ecco la sfi-da che hanno dovuto affrontare sei pre-sidenti della Repubblica su undici. Do-po Einaudi e Gronchi, e prima di Cossi-ga, Scalfaro e Napolitano, anche Gio-vanni Leone si trovò davanti allo stesso
rompicapo, dopo che le elezioni del
1976 avevano ricreato — stavolta con il
Pci al posto del Psi — lo stesso scenario
del 1960: fare un governo con i comuni-sti era impossibile, governare senza di
loro pure. E così a Giulio Andreotti fu da-to l’incarico di guidare il suo terzo go-verno, che sarebbe passato alla storia
come il «governo della non sfiducia»: un
monocolore democristiano — ingenti-lito dalla presenza della prima donna
ministro, Tina Anselmi — al quale il Pci
di Berlinguer garantiva l’astensione (e la
sopravvivenza). Altre due parallele che
sarebbero riuscite a convergere senza
incontrarsi mai.
Poi è arrivata la stagione dei tecnici. Il
primo a farne un uso massiccio fu Amin-tore Fanfani, che dopo la caduta del go-verno Craxi ebbe l’ingrato compito di
formare un esecutivo per andare alle ur-ne e dunque nominò sei ministri (su 25)
senza tessera di partito. Ma quel «gover-no elettorale» stava per rimanere prigio-niero di una mossa del Psi, perché Craxi
annunciò a sorpresa il suo voto favore-vole: e se il governo avesse ottenuto la fi-ducia, Cossiga non avrebbe potuto scio-gliere le Camere. Così, per la prima vol-ta nella sua storia, la Dc fu costretta ad
astenersi. E centrò il suo paradossale
obiettivo: la bocciatura del suo governo.
La storia del governo Monti, il «gover-no del presidente», è cronaca fresca. Ma
il primo «governo tecnico» lo nominò
Oscar Luigi Scalfaro il 17 gennaio 1995.
Il primo gabinetto Berlusconi era stato
irrimediabilmente affondato dalla Le-ga, ma lo spirito del maggioritario appe-na inaugurato impediva la nascita di un
esecutivo di segno opposto. Da qui l’in-venzione del «governo tecnico», che
Scalfaro affidò a Lamberto Dini, ex di-rettore generale di Bankitalia, a sua vol-ta diventato ministro proprio in quanto
tecnico. Nel governo non entrò nessun
parlamentare, proprio per sottolineare
la sua autonomia dai partiti, ma questo
non bastò a evitargli l’accusa berlusco-niana di essere solo «il governo del ribal-tone». Cadde il 17 maggio 1996, un ve-nerdì 17, e qualcuno ci lesse un segno
della cattiva sorte di quello sforzo di fan-tasia

Cor - L’EQUILIBRIO INDISPENSABILE di Sergio Romano

S
e tenessero alle sorti
del Paese, le forze
politiche avrebbero
dovuto riconoscere,
subito dopo il voto, che vi
sono almeno tre fattori da
cui è impossibile prescinde-re. In primo luogo non esi-stono vincitori. In un mo-mento di buon senso Pier
Luigi Bersani aveva ammes-so che neppure il 51% avreb-be consentito al suo partito
di governare il Paese. Oggi
sembra invece convinto che
lo 0,4% in più rispetto alla
coalizione di centrodestra
arrivata seconda lo autorizzi
a pretendere per la sua par-te, insieme alla presidenza
delle Camere, la guida di un
governo che vivrà alla gior-nata contrattando continua-mente la fiducia con forze e
gruppi decisi a pretendere,
per esserne ripagati, conces-sioni non sempre utili e ra-gionevoli.
In secondo luogo occorre-rà tornare alle urne, ma non
con questa legge elettorale.
Sapevamo che quella del-l’on. Calderoli è una pessi-ma legge, ma non poteva-mo immaginare che le ele-zioni si sarebbero concluse
con un photofinish echeil
voto avrebbe regalato il 54%
della Camera al minor per-dente. Votare con questa
«lotteria» sarebbe molto
più azzardato di quanto non
fosse il secondo voto greco
nel giugno del 2012. Potrem-mo avere un altro risultato
inconcludente al Senato e
addirittura una maggioran-za del Movimento 5 Stelle al-la Camera.
In terzo luogo ciò che
maggiormente serve all’Ita-lia in questo momento è un
governo che non susciti i
dubbi dell’Europa e lo scetti-cismo dei mercati. Ancora
prima delle molte riforme
necessarie al Paese occorre
far capire immediatamente
a tutti che la linea politica
sarà quella concordata a
Bruxelles nelle scorse setti-mane: la crescita, indubbia-mente, ma senza deroghe al
programma di risanamento
dei conti pubblici, se non
quelle concordate con l’Ue.
Considerata alla luce di que-sta esigenza la strategia di
Bersani ha avuto l’effetto di
allungare i tempi dell’incer-tezza e di rendere la crisi ita-liana intraducibile in qualsi-asi altra lingua europea.
Se il leader del Pd avesse
preso atto della realtà, il
tempo trascorso tra il voto e
le consultazioni sarebbe sta-to impiegato per preparare
soluzioni diverse, più adatte
alle esigenze del Paese. So
che non è realistico pensare
a un’alleanza organica tra il
Pd e il Pdl. Berlusconi ha ri-sollevato le sorti del suo par-tito e continua ad avere un
consenso che corrisponde
grosso modo a un terzo dei
votanti. Ma è una figura
troppo controversa per esse-re accettabile alla maggior
parte del Pd. Le differenze
tra i due partiti, tuttavia,
non sono tali da precludere
il loro appoggio convergen-te a un governo istituziona-le composto da persone
competenti, credibili non
soltanto in Italia, soprattut-to estranee al clima delle
contrapposizioni frontali e
delle reciproche scomuni-che. Non sarà comunque un
governo di legislatura.
Quando avrà cambiato la
legge elettorale (un obietti-vo che richiede quanto me-no un accordo fra i due mag-giori partiti), avviato qual-che riforma istituzionale tra
quelle su cui vi è un più dif-fuso consenso e dimostrato
all’Europa che l’Italia non in-tende rinunciare al risana-mento dei conti pubblici, vi
saranno nuove elezioni in
un clima diverso. Aggiungo
che un paio d’anni all’oppo-sizione sarebbero per il Mo-vimento di Grillo la miglio-re delle scuole possibili.
È questa, credo, la strada
per uscire dalla crisi. Permet-terebbe di non perdere altro
tempo alla ricerca di una
maggioranza improbabile e
il nuovo governo darebbe al
mondo, ancora prima di co-minciare a lavorare, il più ef-ficace dei segnali