La prima volta era una giovane insegnante felice di andare a scuola
La seconda un viso nascosto dal burqa e segnato per sempre
dalla violenza. Nell’India che per proteggere le sue donne allestisce
scompartimenti “rosa” l’autrice di “Cuccette per signora”
racconta per “Repubblica” il più coraggioso
dei viaggi. Quello di ritorno
empre stato così: l’odore di un marciapiede di ferrovia mi
ha sempre dato la sensazione profonda di essere arrivata da
qualche parte. In quei giorni incerti in cui oscillavo tra la lu-cidità e un torpore stordente, mi dicevo che se mai fossi tor-nata in una stazione ferroviaria avrei saputo cosa fare.
Ho fatto un respiro profondo e ho riconosciuto tutti que-gli odori familiari. Il calore del sole sul metallo, la zaffata di
urina e il sospiro di sollievo, il sudore di sconosciuti, cesti e
cartoni, fiori e verdure e il sale dell’attesa. Sono andata al ru-binetto dove c’era scritto “acqua potabile” e ho premuto il
manicotto. Non usciva nulla, come quell’ultima mattina in
cui ero stata in questa stazione, trenta mesi e sei giorni fa.
Da allora non ero più tornata a Bangalore Est e sembrava
che nulla fosse cambiato.
In quest’ora tranquilla il binario ospita anime perse e de-relitti. E io sono tutte e due le cose. Vedo uno straccivendo-lo, una giovane donna con un cartone, un uomo anziano
vestito con una tunica color zafferano e una lunga barba
bianca, due cani che dormono su un fianco e un gruppo di
ragazzini pigiati sul ponte che scavalca la ferrovia. Sono le
tre del pomeriggio: non c’è nessun treno a lunga percor-renza che passa ed è troppo presto per i normali treni dei
pendolari. È questa la ragione per cui ho scelto proprio il
passeggeri Bangalore-Marikuppam.
Mi siedo su una panchina con il sedile in granito leviga-to. Prima non c’era. Il calore della pietra mi brucia la pelle
sotto i vestiti, ma è piacevole, perché anche se è un caldo
giorno di maggio ho i brividi di freddo. Uno storno triste sal-tella lungo il marciapiede. Incrocio le dita senza accorger-mene, per scacciare la sfortuna associata alla visione di que-sto volatile. Uno per il dispiacere. Due per la gioia. Tre per
una lettera. Quattro per gli ospiti. Cinque per la fortuna… Il
resto di questa filastrocca che cantavo da bambina non lo
ricordo. Sciolgo le dita. Quella bambina non c’è più. E non
c’è più nemmeno la donna in cui quella bambina viveva.
Quando la cosa peggiore che possa capitare ti è già capita-ta, quali altri dolori puoi lanciarmi contro?, chiedo all’uc-cello. Lo storno triste tira su la testa e vola via.
Il treno è vuoto quando arriva. Entro nello scomparti-mento più vicino. Trovo libero un posto accanto al finestri-no e mi accomodo sul sedile di legno. Cinquantuno virgola
nove chilometri, sette stazioni, un’ora e cinque minuti pri-ma di arrivare alla stazione di Tyakal, prima del nodo ferro-viario di Bangarpet. È il tempo che ho a disposizione per
comporre i miei pensieri e programmare quello che farò.
Baiyappanahalli. Krishnarajapuram. Whitefield. Deva-gonthi. Malur. Byatrayanhalli. Il treno si ferma e riparte
mentre io ripasso mentalmente i nomi delle stazioni. Quel-l’anno, quando percorrevo questa linea sei giorni la setti-mana, mattina e sera, non guardavo quasi fuori dal fine-strino. Leggevo un libro oppure mi perdevo nei miei pen-sieri; i miei pensieri felici. Avevo ventiquattro anni e tutta la
vita davanti. Certi giorni invece orecchiavo le conversazio-ni dei miei compagni di viaggio. C’erano altri pendolari che
prendevano sempre il treno, sia all’andata che al ritorno, e
avevo appena cominciato a familiarizzare con loro. C’era
un vecchio con lo zuccotto e la zebiba , il callo che si forma
sulla fronte dei musulmani devoti per il tanto pregare con
la testa a terra. C’erano due insegnanti che bisbigliavano fra
loro, e un uomo con il pancione e una valigetta, che dormi-va tutto il viaggio. C’erano anche altre persone.
Dò un’occhiata all’orologio mentre il treno lascia la sta-zione. È in ritardo, ma mi sono lasciata abbastanza tempo
per prendere il convoglio passeggeri Arakkonam-Bangalo-re, quello che prendevo tutte le sere. Scendo a Tyakal. Non
c’è molto da dire su questo posto. Ma anche se ci fosse mol-to da dire, la mia mente è troppo sconvolta per soffermar-cisi. Ci sono un po’ di persone sul marciapiede. Nessuno
guarda nella mia direzione. Un tempo mi interrogavo su
quale mente perversa avesse creato il burqa: è una cosa
odiosa, rivoltante. E poi la mia umma diceva che non c’era
nessun bisogno di nascondermi come se fossi una creatu-ra spregevole. Mia madre era una donna particolare. Mi ha
dato il nome di una stella perché era convinta che fossi de-stinata a grandi cose. Lei non aveva studiato, ma ha fatto in
modo che andassi a scuola e al college. Voleva che diven-tassi un’insegnante e lo sono diventata. Se mi capitava di
avere dei ripensamenti, bastava che la guardassi — la pelle
dura e screpolata dei suoi palmi, le spalle incurvate e le gi-nocchia gonfie — e vedevo quello che umma vedeva per
me. Lavorava come inserviente di cucina per un ristorantea domicilio specializzato in cucina musulmana. Era una
brava cuoca, ma lì non le facevano fare altro che pulire e af-fettare, preparare l’aglio e pestare le spezie. Ummaappari-va vecchia e spenta, ma il suo spirito era come un faro. Ed è
grazie a questo che siamo sopravvissute. Era stata lei a tro-varmi il lavoro alla scuola di Bangarpet. Era una scuola ge-stita da un’organizzazione di beneficenza musulmana ed
erano stati felici di assumermi. Io e umma avevamo dei pro-getti. Una volta passata di ruolo, avremmo preso in affitto
una casa a Bangarpet e ci saremmo trasferite lì. Fino ad al-lora avrei continuato a fare la pendolare. La stazione di Ban-galore Est era vicino a Tannery Road, dove vivevamo, tutto
sembrava incastrarsi alla perfezione.
Ora sono contenta che esista il burqa. Perché sotto il bur-qa mi sento al sicuro e libera.
Io non lo conoscevo. Ummasì. Lavorava nel suo risto-rante. Mi aveva vista e si era innamorato di me. Follemen-te, dice lui. Sarebbe morto se non avesse potuto sposarmi.
Lei gli aveva riso in faccia. Era un inserviente come lei. Mia
figlia merita di meglio, è un’insegnante. Perché dovrebbe
sposare un umile sguattero come te?, gli aveva chiesto um-ma. In seguito mi hanno detto che si chiamava Imitiaz. In
urdu significa “marchio d’onore”. Imitiaz si sentiva come
se lei lo avesse schiaffeggiato. Era umiliato. Gli amici gli dis-sero che era un uomo e non doveva lasciar passare questo
affronto al suo onore.
Perché ogni dettaglio di quella sera è così inciso nella mia
memoria? Avevo mal di testa. Presi una tazza di tè alla sta-zione. Il tè della stazione di Bangarpet è famoso. C’erano
tante persone in fila, ma l’inserviente del chiosco mi cono-sceva e saltò un mucchio di gente per servire me. Questo lo
fece infuriare ancora di più. Stava sul treno. Il treno passeg-geri Arakkonam-Bangalore che usavo ogni giorno per tor-nare a casa. Avevo trovato un posto vicino al finestrino. Lui
entrò e si sedette davanti a me, quando il treno lasciò la sta-zione di Whitefield. Mi chiedevo chi fosse. Aveva una puz-za familiare, la stessa della mia umma . L’odore di riso ba-smati che cuoce, di spezie e di grasso. Le rimaneva sulla pel-le anche se si strofinava tutte le sere con una spugna. «Pro-mettimi che quando sarò morta mi farai il bagno nell’attar.
Non voglio andare nella janna con addosso l’odore di bi-riyani e kebab», mi diceva ridendo.
Quel giovane evidentemente lavorava per un ristorante
che cucinava biriyani, pensai. Quando il treno cominciò a
muoversi, tirai fuori un libro. Sentivo i suoi occhi su di me.
Lo guardai irritata, ma lui non smise di fissarmi. Il treno non
era molto affollato e mi trovai un altro posto vicino al fine-strino. Lui mi seguì e convinse l’uomo davanti a me a spo-starsi. Sentii che diceva di essere il mio fidanzato. «Che hai
detto?», gli feci io alzandomi in piedi. «Siediti», disse lui.
Vidi sguardi incuriositi intorno a me. Mi chiesi se non fos-se il caso di domandare aiuto. Ma vidi lo sguardo nei suoi
occhi e mi fece innervosire. «Chi sei?», gli chiesi in urdu.
«Imitiaz. L’uomo che dovresti sposare». «È la mia umma
che deve deciderlo», dissi io. «Sì. Io ho fatto quello che deve
fare un bravo musulmano. L’ho chiesto a tua madre e lei mi
ha riso in faccia», fece lui rabbiosamente. Si vedeva chiara-mente che era infuriato. No, era più che infuriato. Pensai ai
ragazzi di quindici anni che avevo avuto come alunni quan-do facevo la supplente. A volte vedevo questo sguardo nei
loro occhi. Uno sprazzo di rabbia maniacale che li spinge-va a rompere i banchi e sfasciare la lavagna. Assunsi l’e-spressione più benevola che potevo e cercai di calmarlo, co-me facevo con quei ragazzi. «Ummanon vuole essere scor-tese. È solo che lavora troppo…», cominciai. «La tua umma
è una cagna sprezzante. Come te. Voi due pensate di essere
superiori a tutti noi», disse lui. «Che hai detto?», feci io. Ave-vo alzato la voce di fronte a quell’insulto. «Lei pensa che tu
sia troppo in gamba per me. Questa cagna di sua figlia. Pen-si che non ti abbia visto? Che mostri la faccia a tutto il mon-do. Che usi la tua bellezza per ottenere quello che vuoi da-gli uomini. Dal ragazzo del chiosco del tè a tutti gli uomini
in questo treno… quanti uomini vuoi, puttana?». Gli altri
passeggeri cominciarono ad allontanarsi. Non so quanti di
loro capissero l’urdu, ma il veleno nella sua voce era ine-quivocabile. E nessuno voleva farsi coinvolgere. Il vecchio
con lo zuccotto e la zebiba mormorò: «Aver studiato non si-gnifica che bisogna disprezzare il Corano. Che razza di don-na musulmana è una che va in giro senza l’ hijab?». «Diglie-lo tu, mamu », fece lui. «La mia fidanzata è una svergogna-ta». «Non sono la tua fidanzata», dissi io con fermezza, ran-nicchiandomi nell’angolo. Ero spaventata, ma cosa poteva
farmi in un treno pieno di gente, pensai. Tra cinque o sei mi-nuti avrei raggiunto la mia stazione. Come potevo sapere
che in quei cinque o sei minuti il mio mondo avrebbe cam-biato asse?
Il vecchio si alzò e andò dall’altra parte del corridoio. Il
cielo era scuro di nuvole e io speravo che non si mettesse a
piovere prima che fossi arrivata a casa. «Per favore, lascia-mi in pace», gli dissi. Lui si chinò in avanti e mi fissò. «Non
sarai la moglie di nessun altro», disse. E con questo tirò fuo-ri la bottiglia di acido che si era portato dietro e me la scagliò
in faccia.
Lo sapete cosa si prova ad avere l’acido sulla pelle? Lo sa-pete cosa si prova quando la vostra pelle si scioglie e le vo-stre terminazioni nervose urlano? Sapete com’è quando
non capite se siete voi che state urlando o è qualcun altro?
Sapete com’è stare sospesi fra la vita e la morte e capire sol-tanto che c’è qualcuno accanto a voi che singhiozza? Sape-te com’è strillare e piangere quando umma viene vicino a
voi e la puzza di biriyanisi insinua in quello che rimane del-le vostre narici e pensate che ci sia lui lì nella stanza e che vi
farà di nuovo del male? Sapete cosa si prova a vedere l’orro-re negli occhi di tutti quelli che ti incrociano? Sapete com’è
guardarsi nello specchio con l’unico occhio ancora in gra-do di vedere e sapere che non sarete più voi stessi? Sapete
com’è scoprire che tutti quelli che erano lì nello scomparti-mento hanno negato di aver visto qualcosa? Sapete com’è
vivere sapendo che la vostra vita è distrutta e che l’uomo che
l’ha distrutta gira ancora a piede libero?
Vedo il treno che arriva in lontananza. Il cuore comincia
a battermi forte mentre entra in stazione. Trovo lo scom-partimento dove so che ci saranno tutti. Entro e mi metto
seduta. Attraverso i buchi per gli occhi li vedo lì, tutti. Il vec-chio con lo zuccotto. I due insegnanti. L’uomo con la vali-getta.
Quando il treno comincia a muoversi e tutti si sono se-duti, mi sollevo il cappuccio del burqa. Sento il fremito di
orrore. La mia faccia disciolta e la pelle tirata del viso non so-no facili da guardare. «Io sono Najma», dico. Le parole esco-no fuori con voce metallica. L’acido mi ha danneggiato an-che la laringe. «Io sono la ragazza che avete negato di aver
visto. Voglio che guardiate bene quello che un uomo mi ha
fatto. Se non mi avete visto allora, spero che mi vediate ades-so», e poi aggiungo: «Ditemi, vi siete mai domandati che co-sa mi è successo dopo che qualcuno mi ha portata all’ospe-dale?». Silenzio. Uno degli insegnanti comincia a piangere.
Guardo fuori dal finestrino. «Umma», dico a mia madre,
che se ne sta impregnata di attarin una janna libera di spe-ranza e di paura, perché è così che deve essere il paradiso.
«L’ho fatto. Ho fatto quello che mi hai chiesto. Ho affronta-to il mondo, non mi nasconderò mai più dietro un burqa».
Il vento mi soffia sulla faccia e sento il treno che comin-cia a prendere velocità. Io sono Najma.
© Anita Nair 2013 per La Repubblica
(Traduzione di Fabio Galim
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