OMA — Era e rimane un convin-to proporzionalista, ma oggi ritie-ne che la governabilità esiga il pre-mio di maggioranza. Difende la
Repubblica parlamentare, però
pensa che sia arrivato il momento
di discutere senza remore di un
modello presidenzialista, una di-scussione che sarebbe più sem-plice — dice — se su questa pro-spettiva non incombesse l’ombra
di Berlusconi, al quale contesta “il
culto della personalità” e un uso
spregiudicato del “potere perso-nale”. Dopo la morte di Giulio An-dreotti, Emilio Colombo è rima-sto l’ultimo dei padri costituenti a
sedere in Parlamento. E oggi, a 93
anni, nel suo studio al primo pia-no di Palazzo Giustiniani riflette
con una invidiabile lucidità sui di-lemmi della democrazia italiana,
65 anni dopo l’entrata in vigore di
quella Costituzione che lui di-scusse e votò quando era un de-putato appena ventiseienne.
«Quella — ricorda — fu una fase
molto difficile. Al governo coabi-tavano i partiti che avevano fatto
parte dei Comitati di liberazione
nazionale, compresi i comunisti,
ma nel frattempo la situazione
nell’Est europeo stava cambian-do rapidamente. Togliatti però
sapeva quello che c’era scritto nel
trattato di pace. Sapeva cioè che il
mondo era stato diviso in due, e
che oltre certi limiti non si poteva
andare».
Allora c’era De Gasperi, oggi
c’è Enrico Letta. Qualcuno ha
detto: un altro democristiano.
«Non è un male. Quando vedo
oggi questa damnatio memoriae
verso la Democrazia Cristiana
trovo che è una delle cose più in-giuste che possano essere fatte.
Perché ognuno porta con sé i pro-pri errori, nessuno arriva illibato
alla meta, però bisognerebbe da-re atto con onestà di quello che la
Dc ha fatto per questo Paese. Un
grande partito, con molte anime,
unite dal legame per la libertà».
Anche Berlusconi ha fatto del-la libertà la bandiera del suo par-tito…
«Bisogna stabilire qualche dif-ferenza. Non c’è libertà quando si
vuole imporre il culto della perso-nalità. Che è poi il potere perso-nale».
Oggi c’è sul tavolo la proposta
di introdurre il semipresidenzia-lismo, per esempio sul modello
francese. Lei è favorevole o con-trario?
«Io ho sempre parlato contro il
presidenzialismo. Ma su ogni co-sa bisogna riflettere. Con una pre-messa: se il presidenzialismo de-ve essere il veicolo su cui passa il
potere personale, allora resto
contrario».
Eppure qualcosa va cambiata.
L’Italia rischia sempre di più di
avvitarsi nella crisi di governabi-lità che segnò la fine della repub-blica di Weimar. Berlusconi so-stiene che l’unico potere di chi sta
a Palazzo Chigi è quello di compi-lare l’ordine del giorno delle riu-nioni del Consiglio dei ministri. E
infatti si chiama presidente del
Consiglio, non capo del governo.
«Non è che uno conta di più
perché si chiama capo. Conta se lo
è, un capo. Ma non deve esserlo
troppo. Vede, quando disegnam-mo l’impianto della seconda par-te della Costituzione, quella sui
poteri dello Stato, la debolezza
dell’esecutivo fu voluta, perché si
riteneva che un governo forte po-tesse dar vita a una forma di fasci-smo. Ecco perché il cuore della
Costituzione è il Parlamento».
Ma non crede che sia venuto il
momento di abbandonare la
paura dell’uomo forte?
«Se oggi ci fossero ancora le
grandi forze politiche che fecero
la Costituzione, naturalmente
con il rapporto che allora avevano
con il loro elettorato, io non co-mincerei nemmeno a discutere di
una repubblica presidenziale. Ma
in questa società di oggi, con que-sta povertà di ideali e questa de-bolezza dei partiti, può anche ra-gionarsi con molta prudenza di
una forma semipresidenziale. At-tenzione, però: il sì non può coin-cidere con l’avallo o addirittura
con la spinta a qualsiasi forma di
potere personale»
Se non ci fosse Berlusconi, se
ne potrebbe parlare. E’ così?
«Non voglio fare personalismi.
Ma certo, senza un personaggio
con le caratteristiche di Berlusco-ni, le cose sarebbero diverse».
Secondo il presidente del Se-nato, Grasso, si potrebbe anche
fare a meno dei senatori a vita. Lei
è uno di questi: a cosa servono,
oggi, i senatori a vita?
«A eleggere il presidente del Se-nato, qualche volta. Battute a par-te, io dico che la democrazia vive
anche di simboli, di memoria».
Lei che è stato a Palazzo Chigi
quarant’anni prima di lui, quali
consigli darebbe a Enrico Letta?
«Gli direi che su ogni cosa deve
prevalere l’esigenza della gover-nabilità. E poi di cambiare subito
la legge elettorale, in modo che in
qualunque momento il Paese sia
pronto ad andare alle elezioni
senza temere che si riproponga lo
scenario di oggi».
Cambiarla come?
«Io sono un nostalgico della
proporzionale e un sostenitore
del voto di preferenza. Ma i colle-gi uninominali possono essere
una buona soluzione».
Premio di maggioranza o pro-porzionale pura?
«Vista la situazione, credo che il
premio di maggioranza sia una
cosa auspicabile anche per il futu-ro. La governabilità prima di tut-to».
I saggi nominati dal Quirinale
hanno proposto di differenziare i
ruoli delle due Camere, toglien-do al Senato il potere di votare la
fiducia al governo.
«E’ una buona soluzione, del
resto è quello che accade in Ger-mania dove il Cancelliere viene
votato solo dal Bundestag e non
dal Bundesrat».
Lei ha visto nascere e cadere
tutti i governi della Repubblica.
Quale destino prevede per il go-verno Letta?
«Spero che duri. Non c’è alter-nativa. Ognuna delle forze politi-che presenti nell’esecutivo deve
avere il senso di responsabilità di
non far precipitare il Paese nel-l’ingovernabilità.
Non pensa che i processi di
Berlusconi siano una perenne
spada di Damocle sul governo?
«Questo è un elemento di de-bolezza, certo. Ma non consiglie-rei a nessuno di utilizzarlo a pro-prio vantaggio, strumentalizzan-dolo. Serve la prudenza necessa-ria per la convivenza».
Ma al tempo della Costituente
era pensabile che un condanna-to, anche solo in primo grado, re-stasse sulla scena politica?
«Manco per sogno! E devo dirle
che è la situazione attuale, che co-nosciamo tutti, a obbligarci a que-ste cautele. Le dirò una cosa: allo-ra io non sarei stato così buono co-me lo sono adesso, in questa in-tervista»
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