L
e due commissioni
create dal presiden-te della Repubblica
hanno sollevato cri-tiche fondate e condivisibi-li, ma servono anzitutto a
riempire un tempo vuoto
della crisi e a meglio fare
comprendere, implicita-mente, che l’Italia non è
senza governo. Quello di
Mario Monti, anche se le
elezioni per i centristi so-no andate male, non è mai
stato sfiduciato ed è com-petente per gli affari cor-renti: un’area deliberata-mente mal definita che
può essere allargata sino a
comprendere, per esem-pio, molte decisioni prese
d’intesa con le istituzioni
europee. Se Napolitano vo-leva lanciare ai partner del-l’Unione un segnale rassi-curante, quello delle com-missioni era il più adatto
al momento.
Ma supponiamo che il
capo dello Stato avesse an-che uno scopo pedagogi-co: dimostrare che dieci
persone intelligenti e di
buona volontà sono perfet-tamente capaci di mettersi
d’accordo su alcuni obietti-vi utili al futuro del Paese.
I dieci non sono privi di un
profilo politico e sono qua-si tutti riconducibili a un
partito. Ma non sono schie-rati sul campo di battaglia
con il grosso delle truppe,
non obbediscono alle rego-le di un match da cui si
esce vittoriosi o sconfitti,
partecipano a un esercizio
in cui tutti possono essere
egualmente vincitori.
È molto meno difficile
di quanto non sembri.
Quando sono sul palcosce-nico sotto la luce dei riflet-tori, i partiti tendono a esa-sperare le loro differenze e
ciascuno di essi rappresen-ta l’altro come una minac-cia alla salute della Repub-blica. Ma anche in Italia,
come in ogni altro Paese
europeo, le distanze tra i
programmi si sono consi-derevolmente accorciate.
È finita l’era delle ideolo-gie, quando ogni grande
partito prometteva un fu-turo totalmente diverso ed
egualmente radioso. È co-minciata da tempo una fa-se in cui il Pd e il Pdl, per
non parlare dei centristi e
di altre formazioni mino-ri, non mettono in discus-sione né l’Unione Euro-pea, né l’economia di mer-cato, né alcuni fondamen-tali principi delle relazioni
internazionali. Abbiamo
paradossalmente il vantag-gio di attraversare una cri-si che è stata ormai perfet-tamente diagnosticata. Co-nosciamo bene le parti in-vecchiate della nostra Co-stituzione. Sappiamo per-ché il Paese, da vent’anni,
cresce poco e male. Sap-piamo che il debito pubbli-co ci costa ogni anno, per
il pagamento degli interes-si, circa 80 miliardi di eu-ro e che il gettito fiscale,
in queste condizioni, non
può essere usato né per fi-nanziare la crescita né per
alleviare le condizioni dei
ceti sociali più bisognosi
di aiuto. Sappiamo infine
che l’economia è frenata
dalla mentalità illiberale
di corporazioni, ordini
professionali e famiglie di
ogni genere, tutte fondate
sulla lealtà interna e unite
da uno stesso odio per la
concorrenza.
I partiti che non hanno
fumosi programmi di tota-le rinnovamento, come il
Movimento 5 Stelle, lo san-no e dovrebbero conosce-re ormai i rimedi. Ma la lo-ro principale preoccupazio-ne è esistere, anche a scapi-to del Paese, e magari ri-portarlo alle urne, come
ha chiesto ieri il Pdl, con
una legge elettorale che
non garantisce certezze. In
queste condizioni è me-glio lasciare che le commis-sioni di Napolitano faccia-no il loro lavoro. Se riusci-ranno a riunire in uno stes-so documento un certo nu-mero di obiettivi comuni,
avranno almeno dimostra-to che governare l’Italia è
possibile
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