ULTIMA trovata è la più affascinante, non come formula
politica ma come invenzione lessicale, ed è il «governo a
bassa intensità A CHISSÀ se il suo autore si ren-deva conto di evocare quelli
che i manuali militari chiama-no «Low Intensity Conflict», ovvero una
guerriglia non convenzionale, che sa-rebbe l’esatto contrario di un’alleanza
di governo. La stagione degli ossimori
arriva quando la matematica si arrende,
e in Italia — paese di poeti, santi, navi-gatori e soprattutto di inventori — nulla
è più semplice che trovare un nuovo no-me, una nuova etichetta, una nuova in-segna quando non si riescono a trovare
soluzione da “Paese normale”. Perciò
prepariamoci ad aggiungere una nuova
pagina ai manuali di diritto costituzio-nale, e a cercare con il microscopio del-lo scienziato gli incerti confini giuridici
del «governo di scopo», dopo quello «del
presidente». La politica debole genera
neologismi.
E già che ci siamo, converrà aggiun-gerne almeno un’altra, o altre due, per
descrivere e spiegare l’inedito assoluto
dei “dieci saggi”, questi dieci super-esperti in leggi elettorali o in manovre fi-nanziarie che Napolitano ha promosso
al rango di protagonisti della crisi di go-verno, però senza dar loro alcun rilievo
istituzionale, perché dovranno prepa-rare una relazione sull’urgente, sul ne-cessario e soprattutto sul fattibile ma
dovranno rivelarla a lui solo, e non al
Parlamento né al prossimo presidente
incaricato, e poi tornarsene nell’ombra,
come fantasmi della Costituzione.
Del resto, la storia della Repubblica è
piena di interpretazioni innovative e di
invenzioni salvavita. Tutto cominciò, lo
sappiamo, con le «convergenze paralle-le». Ossimoro perfetto, che faceva con-vivere la distanza e l’incontro, riman-dando alla definizione della geometria
scolastica: due rette parallele si incon-trano solo all’infinito. Eravamo alla fine
degli anni Cinquanta e molte cose con-sigliavano un’alleanza tra democristia-ni e socialisti. Però mezza Dc non vole-va far entrare Nenni in quella che lui
avrebbe chiamato «la stanza dei botto-ni», e mezzo Psi non voleva rompere con
i comunisti. Così, dopo il disastroso fal-limento del governo Tambroni, la ferti-lissima immaginazione di Aldo Moro
partorì una formula che avrebbe tra-ghettato Dc e Psi verso un esecutivo con
ministri di entrambi i partiti. E lo fece al
congresso di Firenze del 1959. «Diviene
indispensabile — disse — progettare
convergenze di lungo periodo con le si-nistre». Non disse mai, Moro, «conver-genze parallele», anche se il suo discor-so fu tradotto così, e così fu battezzato il
terzo governo Fanfani, che il 26 luglio
1960 nacque grazie all’astensione dei
socialisti. «Non potevamo fare diversa-mente», annotò Pietro Nenni sul suo
diario, il 2 agosto. «La soluzione Fanfani
ha evitato il rischio di un vero e proprio
colpo di Stato».
Prima di allora, un altro governo era
nato da un parto anomalo, sul piano dei
rapporti con i partiti: quello formato da
Giuseppe Pella nell’agosto del 1953. Do-po il crollo dell’ultimo gabinetto De Ga-speri, il presidente Einaudi decise di dar
vita a un «governo amministrativo», pri-vo di ogni colorazione politica, che
avrebbe dovuto solo far approvare la
legge di bilancio. E così chiamò Pella,
suo ex allievo all’università. Lo fece sen-za consultare nessuno, addirittura lon-tano dal Quirinale: l’incarico fu affidato
in una dependance di Villa Farnese a Ca-prarola, e comunicato a due giornalisti
arrivati lì per avere notizie. Uno di loro
era Vittorio Gorresio, che domandò: e le
consultazioni? Einaudi rispose secco:
«La Costituzione non parla di consulta-zioni e si affida al criterio del capo dello
Stato, e il mio criterio mi dice che in que-sto momento quello che è necessario è
un governo». Sopportato più che ap-poggiato dalla Dc, che lo definì gelida-mente «un governo amico», il gabinetto
Pella durò cinque mesi e un giorno.
Ancora più breve, quattro mesi e un
giorno, fu la vita del «governo d’affari»
che — ancora una volta senza consulta-zioni — nacque il 25 marzo 1960. Non
riuscendo a trovare una maggioranza, il
presidente Gronchi nominò a sorpresa
il dc Fernando Tambroni: c’era da fron-teggiare un’emergenza sportiva, le
Olimpiadi di Roma, e il Quirinale aveva
visto in Tambroni un uomo che avrebbe
potuto avere la simpatia (e soprattutto
l’astensione) dei socialisti. Ma le cose
andarono diversamente: Tambroni eb-be la fiducia solo grazie ai voti dell’Msi,
e il «governo d’affari» andò a sbattere
sulla sanguinosa repressione — cinque
morti — della protesta di piazza a Reg-gio Emilia.
Trovare una maggioranza quando la
somma dei numeri non la dà, ecco la sfi-da che hanno dovuto affrontare sei pre-sidenti della Repubblica su undici. Do-po Einaudi e Gronchi, e prima di Cossi-ga, Scalfaro e Napolitano, anche Gio-vanni Leone si trovò davanti allo stesso
rompicapo, dopo che le elezioni del
1976 avevano ricreato — stavolta con il
Pci al posto del Psi — lo stesso scenario
del 1960: fare un governo con i comuni-sti era impossibile, governare senza di
loro pure. E così a Giulio Andreotti fu da-to l’incarico di guidare il suo terzo go-verno, che sarebbe passato alla storia
come il «governo della non sfiducia»: un
monocolore democristiano — ingenti-lito dalla presenza della prima donna
ministro, Tina Anselmi — al quale il Pci
di Berlinguer garantiva l’astensione (e la
sopravvivenza). Altre due parallele che
sarebbero riuscite a convergere senza
incontrarsi mai.
Poi è arrivata la stagione dei tecnici. Il
primo a farne un uso massiccio fu Amin-tore Fanfani, che dopo la caduta del go-verno Craxi ebbe l’ingrato compito di
formare un esecutivo per andare alle ur-ne e dunque nominò sei ministri (su 25)
senza tessera di partito. Ma quel «gover-no elettorale» stava per rimanere prigio-niero di una mossa del Psi, perché Craxi
annunciò a sorpresa il suo voto favore-vole: e se il governo avesse ottenuto la fi-ducia, Cossiga non avrebbe potuto scio-gliere le Camere. Così, per la prima vol-ta nella sua storia, la Dc fu costretta ad
astenersi. E centrò il suo paradossale
obiettivo: la bocciatura del suo governo.
La storia del governo Monti, il «gover-no del presidente», è cronaca fresca. Ma
il primo «governo tecnico» lo nominò
Oscar Luigi Scalfaro il 17 gennaio 1995.
Il primo gabinetto Berlusconi era stato
irrimediabilmente affondato dalla Le-ga, ma lo spirito del maggioritario appe-na inaugurato impediva la nascita di un
esecutivo di segno opposto. Da qui l’in-venzione del «governo tecnico», che
Scalfaro affidò a Lamberto Dini, ex di-rettore generale di Bankitalia, a sua vol-ta diventato ministro proprio in quanto
tecnico. Nel governo non entrò nessun
parlamentare, proprio per sottolineare
la sua autonomia dai partiti, ma questo
non bastò a evitargli l’accusa berlusco-niana di essere solo «il governo del ribal-tone». Cadde il 17 maggio 1996, un ve-nerdì 17, e qualcuno ci lesse un segno
della cattiva sorte di quello sforzo di fan-tasia
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