giovedì 11 aprile 2013

POVERI SCRITTORI DISTRUTTI DALL’E-BOOK

L MESE scorso la Corte supre-ma ha deciso di autorizzare
l’importazione e la vendita di
edizioni estere di libri di scrittori
americani, spesso più economi-che delle edizioni nazionali. Fino
a oggi, i tribunali avevano vietato
queste attività, giudicandole vio-lazioni del copyright. Questa
sentenza apre le porte a un’im-pennata delle importazioni a
basso costo, con l’aggravante
che sulle vendite di questi libri gli
autori non percepiranno royal-ties , dato che saranno venduti
come libri usati.
Potrà sembrare un problema
marginale, date le proporzioni
colossali del mercato di libri di
seconda mano già esistente negli
Usa, ma è solo l’ultimo esempio
di come il mercato elettronico
globale stia rapidamente pro-sciugando il flusso di reddito de-gli autori. Sembra che quasi tutti
– editori, motori di ricerca, bi-blioteche, pirati e perfino qual-che professore universitario –
stiano cercando di fare i propri
interessi a spese degli autori. Gli
scrittori praticano una delle rare
professioni la cui tutela è espres-samente prevista dalla Costitu-zione, che prescrive al Congresso
di «promuovere il progresso del-la scienza e di arti utili, garanten-do per periodi limitati agli autori
e agli inventori il diritto esclusivo
sui loro scritti e sulle loro scoper-te». L’idea è che una cultura lette-raria variegata, creata da autori
di cui devono essere difese le fon-ti di sostentamento, e di conse-guenza l’indipendenza, rappre-senta un elemento fondamenta-le per la democrazia.
SEGUE A PAGINA 47
SQ
uella cultura ora è a rischio. Il
valore del copyright sta suben-do un rapido deprezzamento e
i più colpiti non sono tanto gli
autori di best seller come me, che han-no tratto beneficio da quasi tutti i cam-biamenti avvenuti recentemente nel
mondo della vendita di libri, quanto gli
scrittori esordienti e quelli di media
classifica.
Prendete gli e-book. Per gli editori so-no molto meno costosi da produrre:
niente spese di stampa, niente spese di
magazzino o di trasporto; e, a differenza
dei libri cartacei, non c’è rischio che il ri-venditore rimandi indietro le copie in-vendute.
Ma invece di usare i soldi risparmiati
per essere più generose con gli autori, le
sei case editrici più importanti – cinque
delle quali l’anno scorso sono state por-tate in tribunale dalla Divisione antitru-st del Dipartimento della giustizia per
aver fatto cartello sui prezzi degli e-book
– hanno tutte insistito in modo rigido per
inserire clausole che limitano i diritti
sulle edizioni elettroniche al 25 per cen-to degli incassi netti, più o meno la metà
delle royalty che l’autore percepisce tra-dizionalmente su una copia cartacea in
hardcover.
Gli autori di best seller hanno la forza
per negoziare una royalty implicita più
alta, anche se gli editori diranno che non
è vero. Ma gli scrittori che non vendono
così tanto con questa nuova percentua-le subiranno una decurtazione dei gua-dagni, un processo che si accelererà
man mano che il mercato virerà verso il
digitale.
E ci sono molti e-book su cui autori ed
editori, grandi e piccoli, non guadagna-no proprio nulla. All’estero sono sorti
numerosi siti pirata, sostenuti da pub-blicità o abbonamenti, che offrono gra-tuitamente e-book nuovi e vecchi.
La pirateria sarebbe una minaccia li-mitata se non fosse per i motori di ricer-ca, che indirizzano gli utenti a questi siti
fuorilegge senza incorrere in conse-guenze legali, grazie a
una disposizione inse-rita nelle leggi sul copy-right del 1998. Metten-do “e-book Scott Tu-row gratis” su Yahoo
escono fuori nei primi
10 risultati altrettanti
siti pirata, su Bing otto
su otto e su Google sei
su dieci, con pubblicità
a pagamento sul mar-gine della pagina in tut-ti e tre i casi.
Se io mi mettessi al-l’angolo della strada e
dicessi a chi me lo chie-de dove può andare per
acquistare merce ruba-ta, e in cambio di questa
informazione perce-pissi un piccolo com-penso, finirei in galera.
Eppure, i motori di ri-cerca, che viaggiano
sotto motti altisonanti
come il famoso “ Don’t
be evil ” di Google, fan-no la stessa cosa.
Google ha in corso un contenzioso
con molti scrittori anche perché nel 2004
ha partecipato insieme a cinque grandi
biblioteche a un progetto per scansiona-re e digitalizzare milioni di libri sotto di-ritti, senza il consenso degli autori. La
Authors Guild, l’associazione degli scrit-tori americani di cui sono il presidente,
ha fatto causa al colosso di Cupertino: a
distanza di anni, dopo una proposta di
accordo stragiudiziale affossata dal giu-dice, la causa è ancora in corso.
Secondo Google quella digitalizza-zione rientra nella casistica del  fair use
(le utilizzazioni libere a cui non viene ap-plicata la dottrina del copyright), perché
ogni ricerca mostra solo frammenti dei
testi scansionati. Ma è evidente che nel-l’arco di migliaia di ricerche Google fini-sce per utilizzare l’intero libro, e ogni
volta vende spazi pubblicitari senza di-videre in alcun modo il guadagno con
l’autore o con l’editore.
Perfino tra bibliote-che e autori, solitamen-te alleati, i rapporti si
sono guastati. Nessuno
definisce socialisteg-giante il nostro sistema
di biblioteche pubbli-che, anche se implica
una distribuzione gra-tuita dei beni prodotti
dagli autori, e anche se
in molte nazioni occi-dentali gli autori perce-piscono un minuscolo
compenso ogni volta
che le biblioteche pre-stano un libro scritto da
loro. Gli autori accetta-no di buon grado il si-stema perché nelle bi-blioteche si sono nutri-ti, come scrittori e co-me lettori.
Ora molte bibliote-che pubbliche voglio-no prestare gli e-book,
non soltanto a utenti
che vengono in biblio-teca per scaricarli, ma a chiunque pos-sieda un apparecchio per leggerli, la tes-sera della biblioteca e una connessione
Internet. In questo nuovo contesto, l’u-nico incentivo a comprare un e-book in-vece di prenderlo in prestito è il fatto che
la copia prestata svanisce dopo un paio
di settimane. Il risultato è che in questo
momento molti editori si rifiutano di
vendere e-book alle biblioteche.
Una versione ancora più inquietante
dello stesso problema è venuta fuori il
mese scorso con la notizia che Amazon
aveva un brevetto per vendere libri usa-ti. Probabilmente un progetto del gene-re verrà giudicato illegale, ma se così non
fosse le vendite di e-book nuovi precipi-terebbero perché, a differenza di un li-bro cartaceo, un libro elettronico non si
consuma ogni volta che viene letto. Per-ché qualcuno dovrebbe voler comprare
un e-book nuovo?
I consumatori magari risparmieran-no un dollaro o due, ma a guadagnarci
sarà soprattutto Amazon, come al solito.
La libreria online si impadronirebbe let-teralmente del mercato dei libri usati,
appropriandosi di profitti enormi a dan-no degli editori e degli autori, che perde-rebbero la già magra quota dei proventi
che incassano dalla vendita degli e-book
nuovi.
Molte persone direbbero che questi
cambiamenti sono semplicemente una
naturale evoluzione del mercato e non
vedrebbero problemi se gli autori fosse-ro ridotti a scrivere solo per il piacere di
farlo. Ma che razza di società sarebbe?
(Traduzione di Fabio Galimbe

mercoledì 3 aprile 2013

IL TEMPO VUOTO DELLA POLITICA di Sergio Romano

L
e due commissioni
create dal presiden-te della Repubblica
hanno sollevato cri-tiche fondate e condivisibi-li, ma servono anzitutto a
riempire un tempo vuoto
della crisi e a meglio fare
comprendere, implicita-mente, che l’Italia non è
senza governo. Quello di
Mario Monti, anche se le
elezioni per i centristi so-no andate male, non è mai
stato sfiduciato ed è com-petente per gli affari cor-renti: un’area deliberata-mente mal definita che
può essere allargata sino a
comprendere, per esem-pio, molte decisioni prese
d’intesa con le istituzioni
europee. Se Napolitano vo-leva lanciare ai partner del-l’Unione un segnale rassi-curante, quello delle com-missioni era il più adatto
al momento.
Ma supponiamo che il
capo dello Stato avesse an-che uno scopo pedagogi-co: dimostrare che dieci
persone intelligenti e di
buona volontà sono perfet-tamente capaci di mettersi
d’accordo su alcuni obietti-vi utili al futuro del Paese.
I dieci non sono privi di un
profilo politico e sono qua-si tutti riconducibili a un
partito. Ma non sono schie-rati sul campo di battaglia
con il grosso delle truppe,
non obbediscono alle rego-le di un match da cui si
esce vittoriosi o sconfitti,
partecipano a un esercizio
in cui tutti possono essere
egualmente vincitori.
È molto meno difficile
di quanto non sembri.
Quando sono sul palcosce-nico sotto la luce dei riflet-tori, i partiti tendono a esa-sperare le loro differenze e
ciascuno di essi rappresen-ta l’altro come una minac-cia alla salute della Repub-blica. Ma anche in Italia,
come in ogni altro Paese
europeo, le distanze tra i
programmi si sono consi-derevolmente accorciate.
È finita l’era delle ideolo-gie, quando ogni grande
partito prometteva un fu-turo totalmente diverso ed
egualmente radioso. È co-minciata da tempo una fa-se in cui il Pd e il Pdl, per
non parlare dei centristi e
di altre formazioni mino-ri, non mettono in discus-sione né l’Unione Euro-pea, né l’economia di mer-cato, né alcuni fondamen-tali principi delle relazioni
internazionali. Abbiamo
paradossalmente il vantag-gio di attraversare una cri-si che è stata ormai perfet-tamente diagnosticata. Co-nosciamo bene le parti in-vecchiate della nostra Co-stituzione. Sappiamo per-ché il Paese, da vent’anni,
cresce poco e male. Sap-piamo che il debito pubbli-co ci costa ogni anno, per
il pagamento degli interes-si, circa 80 miliardi di eu-ro e che il gettito fiscale,
in queste condizioni, non
può essere usato né per fi-nanziare la crescita né per
alleviare le condizioni dei
ceti sociali più bisognosi
di aiuto. Sappiamo infine
che l’economia è frenata
dalla mentalità illiberale
di corporazioni, ordini
professionali e famiglie di
ogni genere, tutte fondate
sulla lealtà interna e unite
da uno stesso odio per la
concorrenza.
I partiti che non hanno
fumosi programmi di tota-le rinnovamento, come il
Movimento 5 Stelle, lo san-no e dovrebbero conosce-re ormai i rimedi. Ma la lo-ro principale preoccupazio-ne è esistere, anche a scapi-to del Paese, e magari ri-portarlo alle urne, come
ha chiesto ieri il Pdl, con
una legge elettorale che
non garantisce certezze. In
queste condizioni è me-glio lasciare che le commis-sioni di Napolitano faccia-no il loro lavoro. Se riusci-ranno a riunire in uno stes-so documento un certo nu-mero di obiettivi comuni,
avranno almeno dimostra-to che governare l’Italia è
possibile

Il sonno della politica genera neologismi di Sebastiano Messina

ULTIMA trovata è la più affascinante, non come formula
politica ma come invenzione lessicale, ed è il «governo a
bassa intensità A CHISSÀ se il suo autore si ren-deva conto di evocare quelli
che i manuali militari chiama-no «Low Intensity Conflict», ovvero una
guerriglia non convenzionale, che sa-rebbe l’esatto contrario di un’alleanza
di governo. La stagione degli ossimori
arriva quando la matematica si arrende,
e in Italia — paese di poeti, santi, navi-gatori e soprattutto di inventori — nulla
è più semplice che trovare un nuovo no-me, una nuova etichetta, una nuova in-segna quando non si riescono a trovare
soluzione da “Paese normale”. Perciò
prepariamoci ad aggiungere una nuova
pagina ai manuali di diritto costituzio-nale, e a cercare con il microscopio del-lo scienziato gli incerti confini giuridici
del «governo di scopo», dopo quello «del
presidente». La politica debole genera
neologismi.
E già che ci siamo, converrà aggiun-gerne almeno un’altra, o altre due, per
descrivere e spiegare l’inedito assoluto
dei “dieci saggi”, questi dieci super-esperti in leggi elettorali o in manovre fi-nanziarie che Napolitano ha promosso
al rango di protagonisti della crisi di go-verno, però senza dar loro alcun rilievo
istituzionale, perché dovranno prepa-rare una relazione sull’urgente, sul ne-cessario e soprattutto sul fattibile ma
dovranno rivelarla a lui solo, e non al
Parlamento né al prossimo presidente
incaricato, e poi tornarsene nell’ombra,
come fantasmi della Costituzione.
Del resto, la storia della Repubblica è
piena di interpretazioni innovative e di
invenzioni salvavita. Tutto cominciò, lo
sappiamo, con le «convergenze paralle-le». Ossimoro perfetto, che faceva con-vivere la distanza e l’incontro, riman-dando alla definizione della geometria
scolastica: due rette parallele si incon-trano solo all’infinito. Eravamo alla fine
degli anni Cinquanta e molte cose con-sigliavano un’alleanza tra democristia-ni e socialisti. Però mezza Dc non vole-va far entrare Nenni in quella che lui
avrebbe chiamato «la stanza dei botto-ni», e mezzo Psi non voleva rompere con
i comunisti. Così, dopo il disastroso fal-limento del governo Tambroni, la ferti-lissima immaginazione di Aldo Moro
partorì una formula che avrebbe tra-ghettato Dc e Psi verso un esecutivo con
ministri di entrambi i partiti. E lo fece al
congresso di Firenze del 1959. «Diviene
indispensabile — disse — progettare
convergenze di lungo periodo con le si-nistre». Non disse mai, Moro, «conver-genze parallele», anche se il suo discor-so fu tradotto così, e così fu battezzato il
terzo governo Fanfani, che il 26 luglio
1960 nacque grazie all’astensione dei
socialisti. «Non potevamo fare diversa-mente», annotò Pietro Nenni sul suo
diario, il 2 agosto. «La soluzione Fanfani
ha evitato il rischio di un vero e proprio
colpo di Stato».
Prima di allora, un altro governo era
nato da un parto anomalo, sul piano dei
rapporti con i partiti: quello formato da
Giuseppe Pella nell’agosto del 1953. Do-po il crollo dell’ultimo gabinetto De Ga-speri, il presidente Einaudi decise di dar
vita a un «governo amministrativo», pri-vo di ogni colorazione politica, che
avrebbe dovuto solo far approvare la
legge di bilancio. E così chiamò Pella,
suo ex allievo all’università. Lo fece sen-za consultare nessuno, addirittura lon-tano dal Quirinale: l’incarico fu affidato
in una dependance di Villa Farnese a Ca-prarola, e comunicato a due giornalisti
arrivati lì per avere notizie. Uno di loro
era Vittorio Gorresio, che domandò: e le
consultazioni? Einaudi rispose secco:
«La Costituzione non parla di consulta-zioni e si affida al criterio del capo dello
Stato, e il mio criterio mi dice che in que-sto momento quello che è necessario è
un governo». Sopportato più che ap-poggiato dalla Dc, che lo definì gelida-mente «un governo amico», il gabinetto
Pella durò cinque mesi e un giorno.
Ancora più breve, quattro mesi e un
giorno, fu la vita del «governo d’affari»
che — ancora una volta senza consulta-zioni — nacque il 25 marzo 1960. Non
riuscendo a trovare una maggioranza, il
presidente Gronchi nominò a sorpresa
il dc Fernando Tambroni: c’era da fron-teggiare un’emergenza sportiva, le
Olimpiadi di Roma, e il Quirinale aveva
visto in Tambroni un uomo che avrebbe
potuto avere la simpatia (e soprattutto
l’astensione) dei socialisti. Ma le cose
andarono diversamente: Tambroni eb-be la fiducia solo grazie ai voti dell’Msi,
e il «governo d’affari» andò a sbattere
sulla sanguinosa repressione — cinque
morti — della protesta di piazza a Reg-gio Emilia.
Trovare una maggioranza quando la
somma dei numeri non la dà, ecco la sfi-da che hanno dovuto affrontare sei pre-sidenti della Repubblica su undici. Do-po Einaudi e Gronchi, e prima di Cossi-ga, Scalfaro e Napolitano, anche Gio-vanni Leone si trovò davanti allo stesso
rompicapo, dopo che le elezioni del
1976 avevano ricreato — stavolta con il
Pci al posto del Psi — lo stesso scenario
del 1960: fare un governo con i comuni-sti era impossibile, governare senza di
loro pure. E così a Giulio Andreotti fu da-to l’incarico di guidare il suo terzo go-verno, che sarebbe passato alla storia
come il «governo della non sfiducia»: un
monocolore democristiano — ingenti-lito dalla presenza della prima donna
ministro, Tina Anselmi — al quale il Pci
di Berlinguer garantiva l’astensione (e la
sopravvivenza). Altre due parallele che
sarebbero riuscite a convergere senza
incontrarsi mai.
Poi è arrivata la stagione dei tecnici. Il
primo a farne un uso massiccio fu Amin-tore Fanfani, che dopo la caduta del go-verno Craxi ebbe l’ingrato compito di
formare un esecutivo per andare alle ur-ne e dunque nominò sei ministri (su 25)
senza tessera di partito. Ma quel «gover-no elettorale» stava per rimanere prigio-niero di una mossa del Psi, perché Craxi
annunciò a sorpresa il suo voto favore-vole: e se il governo avesse ottenuto la fi-ducia, Cossiga non avrebbe potuto scio-gliere le Camere. Così, per la prima vol-ta nella sua storia, la Dc fu costretta ad
astenersi. E centrò il suo paradossale
obiettivo: la bocciatura del suo governo.
La storia del governo Monti, il «gover-no del presidente», è cronaca fresca. Ma
il primo «governo tecnico» lo nominò
Oscar Luigi Scalfaro il 17 gennaio 1995.
Il primo gabinetto Berlusconi era stato
irrimediabilmente affondato dalla Le-ga, ma lo spirito del maggioritario appe-na inaugurato impediva la nascita di un
esecutivo di segno opposto. Da qui l’in-venzione del «governo tecnico», che
Scalfaro affidò a Lamberto Dini, ex di-rettore generale di Bankitalia, a sua vol-ta diventato ministro proprio in quanto
tecnico. Nel governo non entrò nessun
parlamentare, proprio per sottolineare
la sua autonomia dai partiti, ma questo
non bastò a evitargli l’accusa berlusco-niana di essere solo «il governo del ribal-tone». Cadde il 17 maggio 1996, un ve-nerdì 17, e qualcuno ci lesse un segno
della cattiva sorte di quello sforzo di fan-tasia

Cor - L’EQUILIBRIO INDISPENSABILE di Sergio Romano

S
e tenessero alle sorti
del Paese, le forze
politiche avrebbero
dovuto riconoscere,
subito dopo il voto, che vi
sono almeno tre fattori da
cui è impossibile prescinde-re. In primo luogo non esi-stono vincitori. In un mo-mento di buon senso Pier
Luigi Bersani aveva ammes-so che neppure il 51% avreb-be consentito al suo partito
di governare il Paese. Oggi
sembra invece convinto che
lo 0,4% in più rispetto alla
coalizione di centrodestra
arrivata seconda lo autorizzi
a pretendere per la sua par-te, insieme alla presidenza
delle Camere, la guida di un
governo che vivrà alla gior-nata contrattando continua-mente la fiducia con forze e
gruppi decisi a pretendere,
per esserne ripagati, conces-sioni non sempre utili e ra-gionevoli.
In secondo luogo occorre-rà tornare alle urne, ma non
con questa legge elettorale.
Sapevamo che quella del-l’on. Calderoli è una pessi-ma legge, ma non poteva-mo immaginare che le ele-zioni si sarebbero concluse
con un photofinish echeil
voto avrebbe regalato il 54%
della Camera al minor per-dente. Votare con questa
«lotteria» sarebbe molto
più azzardato di quanto non
fosse il secondo voto greco
nel giugno del 2012. Potrem-mo avere un altro risultato
inconcludente al Senato e
addirittura una maggioran-za del Movimento 5 Stelle al-la Camera.
In terzo luogo ciò che
maggiormente serve all’Ita-lia in questo momento è un
governo che non susciti i
dubbi dell’Europa e lo scetti-cismo dei mercati. Ancora
prima delle molte riforme
necessarie al Paese occorre
far capire immediatamente
a tutti che la linea politica
sarà quella concordata a
Bruxelles nelle scorse setti-mane: la crescita, indubbia-mente, ma senza deroghe al
programma di risanamento
dei conti pubblici, se non
quelle concordate con l’Ue.
Considerata alla luce di que-sta esigenza la strategia di
Bersani ha avuto l’effetto di
allungare i tempi dell’incer-tezza e di rendere la crisi ita-liana intraducibile in qualsi-asi altra lingua europea.
Se il leader del Pd avesse
preso atto della realtà, il
tempo trascorso tra il voto e
le consultazioni sarebbe sta-to impiegato per preparare
soluzioni diverse, più adatte
alle esigenze del Paese. So
che non è realistico pensare
a un’alleanza organica tra il
Pd e il Pdl. Berlusconi ha ri-sollevato le sorti del suo par-tito e continua ad avere un
consenso che corrisponde
grosso modo a un terzo dei
votanti. Ma è una figura
troppo controversa per esse-re accettabile alla maggior
parte del Pd. Le differenze
tra i due partiti, tuttavia,
non sono tali da precludere
il loro appoggio convergen-te a un governo istituziona-le composto da persone
competenti, credibili non
soltanto in Italia, soprattut-to estranee al clima delle
contrapposizioni frontali e
delle reciproche scomuni-che. Non sarà comunque un
governo di legislatura.
Quando avrà cambiato la
legge elettorale (un obietti-vo che richiede quanto me-no un accordo fra i due mag-giori partiti), avviato qual-che riforma istituzionale tra
quelle su cui vi è un più dif-fuso consenso e dimostrato
all’Europa che l’Italia non in-tende rinunciare al risana-mento dei conti pubblici, vi
saranno nuove elezioni in
un clima diverso. Aggiungo
che un paio d’anni all’oppo-sizione sarebbero per il Mo-vimento di Grillo la miglio-re delle scuole possibili.
È questa, credo, la strada
per uscire dalla crisi. Permet-terebbe di non perdere altro
tempo alla ricerca di una
maggioranza improbabile e
il nuovo governo darebbe al
mondo, ancora prima di co-minciare a lavorare, il più ef-ficace dei segnali